Dopo la drammatica morte di Simon, il turista francese che forse con un intervento immediato ed una esatta geolocalizzazione si sarebbe potuto salvare, ha posto in essere un dibattito che come troppo spesso accade ha condotto diritti alla fobia.
La paura di non poter essere raggiunti in caso di necessità e rischiare addirittura di morire mentre si attendono i soccorsi.
Così una App di nome “Where Are U” ha registrato downloads da record in questi giorni in Italia.
Al tempo stesso diverse applicazioni permettono ormai la geolocalizzazione basandosi sui servers virtuali e sulle mappe geografiche ad esempio di colossi come Google Maps.
In questo modo possiamo condividere la nostra posizione in qualsiasi momento, ovunque siamo, nella speranze sempre che vi sia campo ovviamente.
Ma quanto siamo pronti a voler desiderare questo?
L’escursionista, l’atleta di sport estremi, il malato di trekking sempre alla ricerca di nuove destinazioni e nuove scoperte… forse.
Ma noi, normali abitanti di queste giungle urbane chiamate città amiamo far sapere dove siamo durante un lungo viaggio… può darsi, ma che la cosa non diventi un comportamento abitudinario.
Altrimenti ci sentiamo osservati, controllati e questo non piace a nessuno.
Bellissimo vedere l’aggiornamento della posizione su whatsapp quando la nostra famiglia con i nostri figli rientra dalle vacanze, ma poi, arrivati a casa o a destinazione meglio spegnere.
Si mantiene quella sana normalità che l’automatistmo della tecnologia potrebbe altrimenti distruggere.
Dunque é bellissimo geolocalizzarci quando serve,… ecco, appunto, quando serve.

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