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Bee Zoom, tra Piemonte e Botswana, insegna a prenderci cura del nostro futuro

editoriale italiano bee zoom

Nel visitare il bioparco Zoom ci ha incuriosito subito la nuova area dedicata alle api e soprattutto ha attirato l’attenzione la Fondazione Zoom che ha dato particolare rilievo alla Bee Zoom creando un collegamento curioso tra il Piemonte e il Botswana.
Abbiamo voluto approfondire l’argomento intervistando chi se ne occupa in prima persona, il biologo e keeper senior del bioparco Zoom, Yari Roggia, oggi responsabile delle attività in Botswana del progetto Bee Zoom.
Una dimostrazione di quanto ancora si possa fare per cercare di salvaguardare il nostro futuro e soprattutto una chiara precisazione di quanto dobbiamo fare in termini di rispetto per l’ambiente.

Con la creazione della Fondazione Zoom é stata data particolare importanza al progetto BEE ZOOM. Potrebbe spiegarci nel dettaglio in cosa consiste?

Il progetto bee zoom è un progetto che prevede lo studio delle specie di impollinatori presenti in una area limitrofa al parco, sia dal punto quantitativo che qualitativo. Per conoscere quali e quante specie di farfalle, sirfidi e apoidei sono presenti sul territorio oggetto dello studio e quali piante sono da questi visitate. L’obiettivo è aumentare le conoscenze in materia di impollinatori, in un periodo così critico per la loro sopravvivenza, creare piani di utilizzo dei prati da sfalcio che rispettino i cicli di sviluppo degli impollinatori studiati e magari aumentarne il numero.

Sappiamo bene quanto il rischio di estinzione di alcune specie di impollinatori sia particolarmente concreto, ma potrebbe ancora una volta anche in questa occasione sottolineare cosa ci ha portato a questa situazione?

La riduzione del numero di insetti in generale è un evento silenzioso e in rapida crescita, l’interesse e la preoccupazione relativa agli insetti impollinatori è legato al loro importantissimo servizio ecosistemico, che ci riguarda molto da vicino. Le ragioni della loro riduzione sono molteplici, sicuramente inquinamento e cambiamento climatico sono tra queste, ma tra le più dirette e impattanti troviamo l’uso di pesticidi e le coltivazioni intensive tipiche delle nostre zone che creano dei vuoti di pascolo, ovvero lunghi periodi senza la presenza di specie vegetali che siano di nutrimento per gli impollinatori. Un tempo si praticavano colture diverse e su superfici più piccole, intorno ai campi erano presenti siepi e zone di prato lasciato incolto. Tutte cose che garantivano cibo durante tutta la stagione.

Cosa possiamo fare per recuperare terreno e dunque per tutelare al meglio questo processo di impollinazione fondamentale per il nostro ecosistema?

Prima di tutto aumentare le nostre conoscenze in materia di impollinatori, solo in questo modo si è in grado di appassionare ed incuriosire chi di questi argomenti ne sa poco, con particolare riguardo per le generazioni future. Mettere in pratica politiche agricole più rispettose dell’ambiente, questo è forse il punto più difficile dato l’aumento nella domanda di cibo, la riduzione della fertilità del terreno e condizioni climatiche sempre più avverse, ridurre gli sprechi (molto del cibo prodotto in modo intensivo viene sprecato) insomma fare quello che da anni ci viene consigliato, ovvero vivere in modo più consapevole. Azioni di salvaguardia dirette, invece, potrebbero essere creare piccoli spazi verdi con specie nettarifere locali che siano una fonte di cibo disponibile per lunghi periodi,ad esempio nei nostri giardini privati e pubblici, sui nostri balconi e nelle nostre aiuole, chiedere più aree verdi (magari recuperando aree dismesse o abbandonate) e meno centri commerciali. In questo modo si verrebbe a creare una rete di aree verdi che permetterebbero la libera circolazione degli impollinatori evitandone l’isolamento in aree marginali.

Quali alternative abbiamo nel nostro vivere di tutti i giorni per aiutare questo processo? Non utilizzare pesticidi o prodotti dannosi?

Come semplici cittadini scegliere prodotti coltivati in modo più sostenibile e nel rispetto dell’ambiente, prodotti locali, ridurre il consumo di carne (buona parte del mais coltivato è per uso zootecnico). I fattori in campo sono molti e strettamente legati tra di loro e questo rende più difficile trovare una soluzione che accontenti tutte le parti, nonostante il problema sia urgente e comune a tutti.

Ci incuriosisce molto la parte del progetto che porta questo sviluppo anche in Botswana. Come é nata questa idea?

Ho sempre avuto il sogno di creare un progetto in Africa e grazie alla nascita della Fondazione ed insieme al supporto ed alla fiducia di chi ci lavora, oltre che all’indispensabile aiuto della Leopard Ecology Conservation che opera in loco siamo riusciti ad avviare un primo progetto pilota di un anno. La fase iniziale del progetto è volta  alla creazione di uno o più apiari, per la produzione di miele gestiti da donne della comunità di Kaudwane, un piccolo villaggio vicino al Khutse game reserve alle porte del Kalahari. L’obiettivo è quello di formare chi è interessato alla gestione di famiglie di api in modo più strutturato, integrando  le nostre conoscenze con quelle proprie della tradizione locale, ed arrivare ad una produzione di miele che dia una fonte di reddito alternativa alle famiglie. Di pari passo si porterà avanti un importante lavoro di educazione e sensibilizzazione rivolto a tutta la comunità, in stretta connessione tra api ed ambiente. Un po’ il lavoro che si sta cercando fare anche a casa nostra.     

Come viene presentato il progetto alle popolazioni del Botswana che da sempre vivono di allevamento e agricoltura? 

La comunità a cui è rivolto il progetto è composta in buona parte da persone appartenenti all’etnia Boscimani o San, che vivevano principalmente di caccia. Quando è stata creata la khutse game reserve molte persone hanno lasciato l’area stabilendosi in modo stanziale nell’attuale villaggio di Kaudwane ed iniziando ad allevare bovini allo stato brado. L‘agricoltura invece è poco praticata dal momento che le difficili condizioni del Kalahari permettono di coltivare solo nei brevi periodi di pioggia e poche tipologie di piante.
Su queste basi abbiamo deciso di presentare il progetto, inserendo l’apicoltura come fonte di reddito aggiuntiva, ed il miele come risorsa calorica importante. Per fortuna la risposta è stata molto positiva, la difficoltà principale sarà quella di lavorare in un ambiente affascinante, ma dalle condizioni climatiche molto estreme.  

Come vengono preparate e istruite le popolazioni locali all’apicoltura?

Il Governo del Botswana già da qualche tempo ha avviato su tutto il territorio nazionale campagne di formazione per diventare apicoltori, ed anche al villaggio qualche persona ha seguito corsi introduttivi. Ma una volta seguito il primo corso è mancata la necessaria continuità nel supporto logistico e tecnico in aree remote. Cose che per noi sembrano semplici come reperire arnie e materiale apistico può essere difficile. 
Il mio ruolo sul campo è stato quello di dare nuove informazioni, adattandole all’ambiente locale, per questo lo scambio con i partecipanti ai corsi è stato indispensabile. Ma sopratutto mantenere quel supporto che è venuto a mancare in precedenza, in questo sono stato aiutato dallo staff sul campo della Fondazione LEC, che oltre a seguire lo svolgersi del progetto in loco e riportare dubbi dei partecipanti, cerca di creare un collegamento costante con le istituzioni.    

Che tipologie di impollinatori vengono utilizzati? 

Attualmente si allevano solo api da miele locali (Apis mellifera scutellata), presenti anche allo stato selvatico in natura sul territorio. È ancora consuetudine locale prelevare il miele dai nidi che si trovano negli incavi degli alberi o altre cavità naturali, con il rischio di danneggiare in modo irreparabile la famiglia, per questo insegnare una apicoltura rispettosa delle api e dell’ ‘ambiente ha anche un ruolo ecologico.

Ritenete che il progetto possa essere esteso anche in altre aree dell’Africa? Se si quali per esempio?

In questo momento l’importante è fare le cose senza fretta, in modo che il progetto sia in grado di proseguire in modo indipendente, ma per questo ci vogliono tempo e pazienza. Una volta che avremo raggiunto questo obbiettivo si potrà valutare di avviare progetti simili in altre aree dl paese o collaborare con realtà simili già esistenti in altri paesi.

Cosa sono le Beehive Fences e come funzionano?

È un metodo di mitigazione del conflitto tra uomo ed elefanti ideato dalla Dottoressa Lucy King che sfrutta il naturale comportamento di difesa del nido delle api, ed il timore di queste degli elefanti. Il Botswana ha una delle popolazioni di elefanti più numerosa  del l’Africa e l’elevata densità in alcune aree, dovute anche all’impossibilità di questi di spostarsi tra aree per l’interruzione dei naturali corridoi ecologici, porta gli elefanti in cerca di cibo o acqua a calpestare campi coltivati o distruggere pozzi. Creando un recinto fatto di arnie collegate tra di loro da cavi si impedisce agli elefanti di fare danni e nel contempo si produce miele. Si è visto come anche il semplice ronzio metta in fuga i pachidermi, che però hanno anche imparato a aggirare il problema muovendosi di notte quando le api non volano, è quindi un confronto in continua evoluzione, che però evita che gli agricoltori esasperati uccidano gli animali.

Un esempio di Beehive Fence

Che sia Piemonte o Botswana, cosa si potrebbe fare per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica? Magari partendo da una campagna di comunicazione che possa raggiungere anche e soprattutto i più piccoli sin dalle scuole?

In Botswana come in altri paesi in rapido sviluppo le sfide per proteggere e conservare l’immenso patrimonio naturale sono tante, la speranza è che non vengano commessi gli stessi errori che abbiamo fatto noi cosiddetti paesi sviluppati. Sicuramente essendo un paese con una popolazione molto giovane, formare i più piccoli è un passo importante per creare la giusta mentalità. In Italia ed Europa si sta già facendo tanto, le fitta rete di fondazioni, associazioni, cooperative organizza numerose iniziative pubbliche sul tema, rivolte ai più piccoli e non solo. Negli ultimi anni si sente parlare sempre di più di api, impollinatori e della loro salvaguardia e questo è un ottimo risultato, segno del fatto che ciò che si sta facendo sta dando i primi risultati. La speranza è che le istituzioni e le figure politiche di riferimento mettano in pratica azioni concrete di protezione, ma anche i singoli cittadini devono fare la loro parte, la possibilità di informarsi è alla portata di tutti basta solo volerlo. Quindi la prossima volta che vediamo un insetto, che sia ape, vespa, farfalla o altro pensiamoci prima di ricorrere al primo prodotto chimico che abbiamo sotto mano, già questa è un azione concreta di protezione.

Il Dott Yari Roggia si occupa di consulenza tecnica per il progetto api presso lo Zoom di Torino oltre che in Botswana dove cura direttamente sul campo la gestione e lo sviluppo del progetto.
Una laurea triennale in gestione e conservazione della fauna presso l’università di medicina veterinaria. Una laurea magistrale in etologia. In passato ha svolto anche consulenza per un progetto di api senza pungiglione presso la Ong Ceaspa a Panama.

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