Lo fa durante un’intervista rilasciata in esclusiva per Editoriale Italiano.

La moda é cambiata tanto negli ultimi anni. Molti giornali hanno chiuso e molta più moda viene gestita e smistata dal web.
Abbiamo avvicinato uno dei maggiori protagonisti della fotografia di moda internazionale degli ultimi decenni che ha saputo spiegarne i motivi evidenziandone i difetti. Uno che sa dare un senso al successo di Chiara Ferragni; uno che vede già in Kaia Gerber una nuova top model.
Uno che sa dare un senso anche alla provocazione pubblicitaria e uno a cui mancano i redazionali di moda degli anni 90 firmati Richard Avedon.
Un fotografo diverso da tutti, schivo, che non ama le pubbliche relazioni, che tiene molto alla sua privacy; che odia i compromessi e il basso livello e l’approssimazione proprio in un settore dove la ricerca della qualità dovrebbe essere la tendenza di sempre.
Italiano di origine che vive tra Londra e Los Angeles dove alterna i set di moda con quelli insieme alle stelle del cinema.
Lo abbiamo incontrato su di un set a Londra dove ci siamo fatti raccontare un pò di segreti del mestiere.
Venticinque anni fa cominciava la sua carriera, fotografando matrimoni, concerti e sfilate di moda nella Milano capitale della moda mondiale.
Poi il salto di qualità con la prima fotografia pubblicata su Vogue Italia.
Noi abbiamo cominciato proprio da qui.

Editoriale: Per far comprendere meglio ai giovani il modo migliore per cominciare, cosa é successo esattamente con la prima immagine su di un magazine di moda? Il salto é stato decisamente importante.
JS: Direi che il salto é stato soprattutto un salto nel vuoto. Nessuna scuola di fotografia alle spalle. Solo qualche accenno di esperienza sul campo, e tanta buona volontà. Ma probabilmente questo é stato il segreto.

Editoriale: Come é cominciato il sogno?
JS: In quegli anni facevo un lavoro da operaio, nonostante il diploma di ragioneria, non riuscivo proprio a lavorare in una banca, giuro che ci ho provato. Ho fatto persino un colloquio una volta, ma quando mi hanno imposto che in caso di assunzione avrei dovuto tagliare barba e capelli, ho capito che non sarebbe mai stato il lavoro della mia vita. Così ho continuato a fare l’operaio mentre in ogni momento libero mi dedicavo alla fotografia. Ricordo ancora che nella pausa di 1 ora e mezzo a mezzogiorno correvo a Milano a portare i rullini da sviluppare, mentre azzannavo qualche panino strada facendo e sfrecciavo con la mia Panda Young rossa per le vie di Milano neanche fossi in una puntata di Miami Vice.

Editoriale: La fotografia é arrivata per caso?
JS: Nulla accade per caso in questa vita, persino le persone che incontriamo non attraversano le nostre vite per caso. A dire il vero all’inizio ero interessato all’immagine in sé senza pensare alla fotografia. Avevo 16 anni, sfogliavo le riviste di moda invece di quelle di motori come tutti i miei amici e questo mi metteva in una situazione imbarazzante con tutti loro. Sfogliavo le riviste di moda e mi innamoravo oltre che delle modelle, degli abiti, della scena e dell’insieme.
Con gli anni ho capito quanto lavoro ci andasse dietro a quelle immagini e questo mi fece innamorare del punto di ripresa e dunque della fotografia.

Editoriale: Senza scuola? Lo raccomanderesti ancora?
JS: Bisogna seguire il proprio cuore, soprattutto in questo mestiere. L’esperienza fa la differenza, non la scuola. Qualsiasi nozione di fotografia può essere appresa e messa in atto sul campo da chiunque acquistando un ottimo libro o un ottimo corso online. Ciò che conta é la tua testa, quello che hai in mente e la tua creatività nuda e cruda e soprattutto mai legata ad un insegnamento scolastico.
Il resto lo fanno la passione e l’esperienza.

Editoriale: Come é iniziato il viaggio nella fotografia di moda?
JS: Negli anni 80 e 90 a Milano chi si metteva a fare fotografia, nel 99% dei casi voleva diventare un fotografo di moda. Il restante 1% non lo voleva solo perché smetteva di fotografare entro 1 settimana perché lo riteneva noioso.
Le agenzie di modelle a Milano avevano bisogno di test fotografici, non pagavano, o meglio pagavano solo quelli famosi, ma ti davano la possibilità di fare esperienza. E questo era oro.
Mi é capitato spesso di organizzare interi test, compravo persino degli abiti, pagavo la truccatrice e trovavo una location. Diciamo che se non avessi avuto un lavoro in quegli anni non avrei mai potuto pagare queste spese, la mia famiglia non poteva permetterselo.
Ma venivo trascinato da una forza mai sentita prima, che poi ho scoperto negli anni che si chiama passione. Spendevo tutto quello che guadagnavo per pellicole e set, ma ero come trascinato con forza in questo viaggio di vita, non potevo farne a meno.

Editoriale: Un pò di gossip adesso, con quante attrici e modelle sei stato? I giornali di gossip si sono occupati spesso di te persino in America.
JS: Il gossip alimenta un mercato enorme per l’editoria e pertanto ha tutte le ragioni del mondo. Lavorando a volte 15 ore al giorno alla fine capita di prendere lo stesso volo o di aspettare nello stesso albergo il volo della mattina successiva, così si fanno amicizie straordinarie.
Nemmeno l’1% di quello che viene scritto dalle riviste di gossip corrisponde a realtà.

Editoriale: Milano ti ha lanciato, Ferré e Versace ti hanno ispirato negli anni 90, ma poi te ne sei andato a vivere tra Los Angeles, Miami, New York, Londra e Parigi, come mai?
JS: Negli anni 90 Milano era la mecca della moda e amo dire che chi creava moda in Italia in quegli anni era un genio.
Poi Milano si é imbruttita, ha tolto le scarpe con i tacchi e da via Montenapoleone si é come spostata su Corso Sempione e si é messa in vendita al miglior offerente.
La moda italiana? Ancora la migliore al mondo, in assoluto. Il senso dello stile e della ricerca del dettaglio sono unici al mondo.
Quello che é morto é tutto ciò che navigava attorno al mondo moda di Milano.
La qualità si é abbassata in ogni ambito e tutto é crollato.
Da un punto di vista di produzione Milano é diventata il terzo mondo. E purtroppo lo é rimasta e al momento non concede buoni segnali di ripresa.
Ormai produrre a Milano o a Londra con i giusti budgets non fa alcuna differenza, ma la differenza la fanno i collaboratori e la qualità.
E Milano dalla fine degli anni 90 in poi ha subito l’incompetenza di collaboratori cheap, ovvero a buon mercato e senza esperienza.

Editoriale: E chi avrebbe permesso tutto questo?
JS: In ambito fotografico i primi responsabili che mi vengono in mente sono i giornali di moda, poi alcune agenzie di pubblicità a seguire a ruota.
A parte un paio di nomi importanti che ancora oggi guardano al budget mantenendo la qualità, tutto il resto si é fumata Milano intera.
Tutti coloro a cui portavo le diapositive da vedere e non sapevano nemmeno guardare in un lentino d’ingrandimento, ma amavano farsi chiamare Art Director… sono spariti nel nulla.
Hanno chiuso tutti e gli ultimi stanno in piedi solo per inerzia di altri giornali dello stesso gruppo che cercano ancora di mantenere un aggancio nella moda per avere gli incassi da un settore che non é per nulla in crisi. Ma lo fanno bypassando la produzione a soluzioni esterne e a buon mercato.

Editoriale: Gli stessi giornali con cui hai lavorato tu?
JS: Alcuni, ma in realtà litigavo con tutti. Avevo un lavoro e questo mi permetteva di credere nelle mie idee. Dunque se andavo dal direttore artistico di Moda e mi diceva che le mie immagini non erano pronte, accettavo la critica e me ne andavo, era giusto imparare. Dopo pochi anni sapevo che la stessa persona faceva castings chiedendo ai modelli di abbassare anche le mutande e che il suo giornale avrebbe chiuso di lì a pochi anni.
Un altro come Vitality che comprava centinaia di immagini e le pagava niente.
Per coloro che arrivavano dai Paesi dell’Est valeva molto, per me era inaccettabile. Dunque perdevi le copertine per motivi non professionali ma di prezzo. Vitality ha poi chiuso, nonostante il numero di vendite e i bassi costi con cui sfruttava i collaboratori.
E potrei continuare per ore.

Editoriale: Arriviamo ad Hollywood che si é innamorata di te?
JS: E’ successo il contrario. Io mi sono innamorato di Los Angeles sin dal 1994 quando ci sono andato per la prima volta. Un uomo di nome Paul St.John, a cui devo molto, mi ha cambiato la vita in quegli anni. Quando le riviste di moda in Italia soprattutto mi dicevano che non ero ancora pronto, lui mi diceva di insistere e che si sarebbero innamorati di me a Los Angeles. Negli stessi anni mi presentò una ragazzina di nome Jaime Pressly in cui ancora nessuno voleva credere…

Editoriale: Ma perché le attrici ti amano tanto?
JS: Si crea negli anni un rapporto di stima reciproca che in molti casi sfocia in un’amicizia vera e duratura (non semplice in questo settore) che nessuno potrà mai cancellare. Amo ritrarle mettendo molta moda negli scatti, e loro lo adorano, di certo non é il solito set.

Editoriale: E gli amori con alcune di loro?
JS: Niente di vero, tutto solo una questione di gossip.

Editoriale: Hai vissuto ovunque negli ultimi 25 anni, se potessi scegliere un posto in particolare?
JS: Impossibile, Milano mi ha insegnato il mestiere. Parigi mi ha insegnato lo stile ed il gusto, Londra la serietà a e la professionalità. Miami la bellezza, Los Angeles il cinema ed il bello delle immagini non statiche. New York mi ha fatto conoscere la moda americana. Non potrei mai scegliere.

Editoriale: Hai vissuto una vita professionale intera tra hotels di lusso e voli in business class, quanto ti senti fortunato per questo?
JS: Ho vissuto a Milano e per risparmiare i soldi della benzina e di un appartamento mi ero preso un ufficio in cui avevo ricavato uno studio e ci dormivo spesso; prima che arrivava qualcuno alla mattina dovevo farmi una doccia e nascondere coperte e cuscini. Ho vissuto a Sunrise in Florida senza soldi per pagare il residence, la banca che mi bloccava la carta di credito perché non riuscivo a coprirla e senza spiccioli nemmeno per il gasolio: ogni 3 giorni chiedevo alla mia agente di cambiarmi la macchina a noleggio con una scusa ogni volta per averne una sempre con il pieno che pagavo con un loro voucher. Quando hai 18 anni e telefoni a tua mamma chiedendole di mandarti dei soldi, sai che può accadere, ma a 30 anni é l’umiliazione più grande, ti senti un fallito sotto tutti i punti di vista.
Ho vissuto a Londra condividendo la casa ed il bagno con una famiglia che proveniva dai Paesi dell’Est in un quartiere non proprio alla moda. Ho vissuto a Los Angeles in una alberghetto a due passi dalla UCLA dove ogni tanto aggiungevano un letto nella mia camera per farmi pagare di meno. Ho mangiato McDonald’s anche per una settimana intera a Los Angeles perché non potevo permettermi altro e spesso saltavo qualche pasto, ma era cool lo stesso perché a Los Angeles va sempre bene restare in forma. So cosa sia il sacrificio e se non fosse stato per la passione avrei lasciato da moltissimi anni.
Poi si, ho fatto anche una bella vita, oggi posso viaggiare in business sulla maggior parte delle tratte ma solo perché nel frattempo riesco a lavorare e riposarmi a dovere. Vivo in hotels a 5 stelle o ville di lusso solo perché spesso sono le stesse locations che usiamo per il set. Ho aspettato invano la mia pretty woman sulla panchina che hanno usato solo per il film davanti al Beverly Wilshire a Beverly Hills. A proposito… non é mai tornata.
E’ stato un viaggio straordinario, nulla da dire, ma non proprio tutto rose e fiori.

Editoriale: Perché sei così poco pubblico?
JS: Perché ho scelto la fotografia di moda perché mi ero innamorato del mestiere nel suo insieme, il resto, il contorno, non conta. Non mi occupo di pubbliche relazioni e lascio che qualcuno se ne occupi per me.

Editoriale: Quanto guadagna un famoso fotografo di moda?
JS: Bisognerebbe chiederlo ad uno di loro. Credo il giusto, tutto ha una proporzione nella vita.

Editoriale: Cosa manca alla pubblicità dei nostri giorni?
JS: Più che cosa manca sarebbe da chiedersi chi manca; la risposta sarebbe Avedon, Newton e Toscani, gente capace di fare la differenza.

Editoriale: Ti sei mai innamorato di una modella?
JS: A chi non é successo? Negli anni 90 senza internet, quando al sabato sera i miei amici andavano a ballare io andavo alla Malpensa che era a 15 minuti da casa mia, per comprare i giornali stranieri di fotografia e di moda, perché sapevo di trovarli; così quando sono stato a fotografare queste straordinarie modelle a Milano o Parigi in passerella, é stato amore a prima vista. Poi ho capito che ero in amore con l’insieme che avevo di fronte agli occhi.

Editoriale: La modella migliore con cui hai lavorato?
JS: Non te lo dirò mai anche perché sarebbe una lunga lista.

Editoriale: Cosa ne pensi del miracolo Chiara Ferragni?
JS: Non penso sia un miracolo, penso sia una pianificazione imprenditoriale portata avanti in maniera straordinaria e gestita altrettanto bene. Un successo meritato. Le persone intelligenti portano a risultati impressionanti, nonostante gli invidiosi.

Editoriale: Perché? Vorresti dire che una blogger può avere più istinto moda di una redattrice di un famoso giornale di moda?
JS: No, scusa non intendevo questo, hai frainteso. Una blogger ha decisamente molto più istinto moda della maggior parte delle redattrici moda dei principali giornali nel mondo.

Editoriale: Nella tua carriera hai rifiutato lavori importanti e soluzioni che avrebbero potuto cambiarti la vita, come mai? Sei sempre stato diverso da tutti gli altri, hai sempre pensato alla fotografia prima che ai soldi, quasi rendendo la tua immagine inavvicinabile.
JS: Odio gli stereotipi, odio dover realizzare un redazionale a Miami dove modelle e fotografo prendono 300 dollari solo perché la pubblicazione é importante, mentre lo stesso magazine spende soldi assurdi per mandarti 3 redattori in prima classe sul set che non servono a nulla.
Nel senso, lavoriamo alla ricerca della qualità, mantenendo i budgets dei collaboratori a livello da “incapaci e inesperti”?
Non ha senso. Non importa il tuo livello, ma svendersi come ha fatto Milano negli anni 90 non porta da nessuna parte.

Editoriale: Un nome italiano da prendere in considerazione?
JS: Le ragazze italiane sono tra le più belle al mondo, ma non riesco a fare una classifica.

Editoriale: Una modella su cui poter scommettere per il futuro?
JS: Facile, Kaia Gerber, e non per il nome della madre. E’ davvero straordinariamente unica e ha due gambe fantastiche.

Editoriale: Provocazione per te significa?
JS: Capacità di interpretare un messaggio senza false manipolazioni. La provocazione la fanno i visualizzatori finali, non i creativi.
La provocazione é qualcosa di molto soggettivo. Se un’immagine ti dà fastidio non guardarla. Se la guardi e dici che é provocatoria sei un ipocrita.

Editoriale: Cosa cambieresti della fotografia di moda oggi?
JS: Non spetta a me dirlo, ma i giornali sono diventati noiosi. Sfogliamo le riviste di moda come se sfogliassimo il catalogo della farmacia all’angolo. Un tempo non lontano un’immagine redazionale di Avedon ci restava in testa per giorni e tornavamo a guardarla e riguardarla come fosse un dipinto. Bisogna tornare a quel punto.

Editoriale: Lo capisci di poter essere un’icona fashion dei nostri tempi moderni? Un vero influencer. Hai oltre 13 mila followers su Twitter, oltre 65 mila su Instagram e circa10 mila persone al giorno che passano dal tuo sito web. Un’agenzia di New York che ti rappresenta in esclusiva ed un cachet da star…
JS: Io penso a fare il mio mestiere, sul sito ho cominciato a scrivere 10 anni fa per puro divertimento, non dormivo la notte e dunque scrivevo e da lì molti sono tornati sul sito spesso. I social networks sono importantissimi al giorno d’oggi per tutti, ma credo nelle giuste dosi, senza eccessi. Poi come detto, lascio che altri pensino ai numeri e ai dettagli.

Poi ci dicono che il tempo a nostra disposizione é scaduto, dobbiamo lasciare lo studio. Joey si alza, ci stringe la mano, un sorriso da abbagliarti ed uno charme infinito che ti avvolgono per tutto il tempo che passi ad ascoltarlo e credetemi ci resteresti in eterno a parlare di immagine e stile.
Sembra semplicemente un uomo d’altri tempi.
L’ennesimo talento creativo che abbiamo lasciato scappare dall’Italia. Ma forse é stato un bene così.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Skip to toolbar